Le rondini. Ho scritto un romanzo.

Ho scritto e pubblicato un romanzo, e ora ho  terminato il secondo. Scrivere un libro non è una cosa semplice. Il secondo è una sfida.

Non te ne rendi conto finché non inizi.
La prima volta è un esperimento. Scrivi perché ti piace e ti diverti. Poi hai la fortuna di trovare un editore che crede in te e scopri  il mondo che sta dietro e davanti al tuo romanzo.
Dietro c’è l’idea, il lavoro vero e proprio, le fasi di editing, le tante riletture, la scelta del titolo e della copertina. Davanti ad un libro ci sono le presentazioni, il parere dei lettori, gli incontri con altri scrittori, la partecipazioni a fiere o eventi.
In ognuna di queste fasi è stato importante per me mantenere una coerenza tra la mia persona e quello che sono andata a presentare. Ci si sente un po’ nudi quando tanti leggono quello che hai creato: cercano tra le righe di capire chi sei, scherzano sulle battute che hai creato. Ma, allo stesso tempo, ci si arricchisce di emozioni e nuove idee.
La creazione di un secondo libro si porta dietro tutto questo, oltre a mesi di studio, che lasciano il segno. Insomma, “l’incoscienza” della prima volta non c’è più, ma è sostituita dalla voglia di fare sempre meglio.
Una volta finito, serve un altro parere, qualcuno che sappia il fatto suo e ti voglia così bene da smantellare tutto il tuo lavoro.
Io ho affidato questo compito a uno scrittore romano, Alessandro Canale,  che ho avuto la fortuna di conoscere anni fa e che ammiro molto. Lui ha accettato con piacere, intuendo l’imbarazzo che nutre sempre un autore nel far leggere qualcosa ad un “collega”. MI telefonò dopo due giorni .”L’ho finito.” “Di già?” “Eccerto, chettecredi.”
Ha iniziato massacrando ogni personaggio e alcune parti tra le mie preferite. Io mi sono seduta, ho aperto un quaderno e ho iniziato a prendere appunti. Un’ora dopo avevo riempito di scarabocchi sei pagine e consumato la batteria del telefono.
“Quindi, in definitiva, cosa ne pensi?” “Che è bello! Mandalo alla tua editrice. Lauré, questo va pubblicato.”
Inutile dire che i suoi consigli mi sono stati  utili. Potevo non essere d’accordo su tutto. Ma il punto è che se solo una persona ha avuto un dubbio leggendo un dialogo, può succedere la stessa cosa a qualcun’altro. E se vuoi fare un lavoro di qualità, questo è da evitare. Sono le sottigliezze che fanno la differenza.
Dopo aver riletto infinite volte il romanzo, arrivo al punto in cui non sopporto più di vederlo in giro per casa. Quindi prendo il plico e lo consegno all’editrice. “Tieni. Leggi. Fanne quello che vuoi, per un po’ non lo voglio avere intorno.” Ho una sensazione di liberazione e per un po’ me ne dimentico proprio. Mi butto in nuove letture. Penso ad altre cose.
Per settimane non domando nulla. Sapendo che, al momento giusto, arriverà la risposta. “Laura, ci vediamo in pausa pranzo nel mio ufficio?” Eccola.
Qui inizia la parte più interessante. Lei sfoglia pagina per pagina e commentiamo i vari dubbi. “Mmm questa parola non mi suona bene, pensane un’altra.” “Questo personaggio, mah, è proprio necessario? Riflettici.” “Questo pezzo mi piace.” “Questa frase è abusata. Cambiala.” “Il finale va bene.”
Io sarò strana, ma mi piace ascoltare le critiche. Non ho mai pensato alle correzioni come uno svilimento al mio lavoro, ma anzi come un modo per poterlo migliorare.
Quante volte mi è capitato di leggere testi in cui si capiva che non era stato fatto nemmeno la metà del lavoro che intendo io. Certo, ci vuole tempo e serve pazienza. Ma, come ripeto sempre, la scrittura è l’unica parte della mia vita in cui non voglio scadenze. Nessuna fretta.
Inizia il lavoro di “abbellimento“, modifico le parti che ne hanno bisogno. Rileggo tutto per bene. Controllo la punteggiatura, i refusi.
Ora mi piace riavere il faldone a casa.
Me lo coccolo ancora, penso a dargli un nome, un bel “vestito” e, al tempo giusto, lo lascerò andare per la sua strada.
Laura Di Gianfrancesco